Che ne è e che ne sarà della formazione

Tra le tante modalità organizzative che stanno diventando velocemente parte del passato, abbandonate dalle aziende a causa dell’innovazione digitale, vi è la formazione. Intendiamoci, non è venuto meno il bisogno delle aziende di avere donne e uomini che imparano, che mutano e apprendono. Ciò che sta scomparendo è la formazione frontale in aula, condotta e dominate da trainer che guidano e indirizzano in maniera univoca il percorso, avvalendosi di un programma precedentemente definito. Ormai non è più l’epoca della formazione erogata in tempi prestabiliti, in luoghi prefissati e su contenuti progettati senza il coinvolgimento dei partecipanti.

Ciò non è da attribuirsi solo al predominio del digitale, che ha certamente impostato i rapporti sullo scambio. La morte della formazione come la conoscevamo finora è prodotta anche dal cambiamento delle strutture psicologiche e sociali. Perché non mutano solo le economie e le tecnologie, le culture e i linguaggi, mutano anche le modalità e le abilità psicologiche applicate dalle persone nel vivere quotidiano.

Tra i mutamenti più rilevanti, con un impatto sulle capacità di apprendimento e cambiamento delle persone, si possono osservare:

  • il deterioramento delle capacità di riflessione e di concentrazione, prodotto dall’assuefazione all’incessante interruzione di ciò che si sta facendo, che rendono il cervello insofferente alla durata dell’ascolto e del pensare;
  • l’inquinamento tossico delle emozioni, prodotto dalle delusioni, dalle frustrazioni e dai timori che invadono la vita quotidiana, alimentando il cuore di risentimento;
  • l’irrigidimento identitario e lo smarrimento del “noi”, prodotti dal bisogno di proteggersi, che riduce la capacità di dubbio e fiducia, contraendo la disponibilità verso la speranza e l’ignoto;
  • il permanente stato di carenza di tempo, prodotto dall’affollamento di compiti e obiettivi.

Progettare apprendimento in questo scenario – con la diffusione del potenziale digitale e la contrazione del potenziale psicologico – richiede di riconsiderare le mappe a cui ispirarsi. Di seguito sono suggerite due dimensioni nel pensare e nel costruire traguardi di apprendimento.

La plasticità omeostatica

Le neuroscienze e la psicologia ci consentono di sapere che il nostro cervello in larga parte agisce in modo automatizzato. In questa sua spontanea e inconsapevole rotta si occupa di proteggere la nostra sopravvivenza. Protezione che garantisce attraverso una strategia omeostatica. Tesa a conservare uno stato di equilibrio, difendendosi da ciò che potrebbe produrre fatica o dolore. Questa strategia rende il cervello largamente neofobico, ostile alle novità e verso ciò che non conosce, poiché l’ignoto viene considerato fonte di esperienze impreviste e potenzialmente dolorose.

Senonché, conoscere se stessi rimane un presupposto ineludibile per cambiare. È tanto più possibile mutare idee e modi di essere quanto più si ha la capacità di aprirsi al dubbio su di sé, alla scoperta di ciò che ancora non si conosce di se stessi. Perciò, una condizione per aiutare il mutamento è facilitare la plasticità omeostatica delle persone, la loro capacità ad affrontare le resistenze del cervello ad avere sorprese, per aprirsi a scoperte di se stessi verso cui vi è una spontanea resistenza.

La forza di volontà

Cambiare non richiede solo di diventare consapevoli. Le resistenze del cervello al cambiamento sono tenaci, perché ad ogni comportamento, ad ogni attitudine personale, ad ogni emozione corrispondono strutture neuronali che si sono insediate nella mente e si sono automatizzate. Molto raramente le reti sinaptiche routinizzate si modificano con un solo episodio, con una singola esperienza. Nella maggior parte dei casi occorre uno sforzo di ripetizione prolungato nel tempo.

Non è dunque sufficiente aver compreso di non saper ascoltare bene. Occorre l’impegno di volontà ripetuto nel tempo, dedicato a controllare i propri modi di agire, per correggerli. La mente e le sue abitudini cambiano solo con la perseveranza, con la disciplina nell’imporsi modi di agire o pensieri contro i modi di agire o i pensieri che il cervello vorrebbe avere spontaneamente. Probabilmente i corsi di formazione sulla leadership o quelli sul saper comunicare scompariranno, ma non verrà meno la necessità di comprendere come la mente può cambiare. Come non potrà venire meno la domanda che si interroga sulle condizioni che possono accompagnare le persone a vincere la battaglia della mente contro sé stessa. Una battaglia che richiede, tra le altre, la capacità di dubitare di sé e la capacità di forza di volontà.

Gian Maria Zapelli

Foto del profilo di Gian Maria Zapelli
Ceo e fondatore di HC, società di innovative managerial education. Autore di molte pubblicazioni dedicate alle capacità e alle strategie di cambiamento. Tra i suoi clienti le principali aziende nazionali e internazionali presenti presenti in Italia. Nel passato anche partner di Galgano Associati.

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