Ciao robot

Ciao, robot

“Qui è chiaro che sta succedendo qualcosa, anche se ancora non ne capiamo il significato. E quando lo capiremo, può darsi che a quel punto redattori e collaboratori siano già stati rimpiazzati da algoritmi, come tutto il resto. In attesa di quel momento, vi presentiamo questi dispacci dal fronte della rivoluzione robotica”. Così il direttore di Foreign Affairs, Gideon Rose, conclude l’editoriale dell’ultimo numero della rivista, che dedica la copertina al tema del momento, Vita e lavoro nell’era dell’automazione.

Daniela Rus (direttrice del laboratorio di informatica e intelligenza artificiale del Mit e una delle maggiori esperte mondiali di robotica) in The Robots Are Coming sostiene che la robotica è destinata ad avere in futuro un impatto pervasivo nella vita quotidiana, pari a quello che ha oggi l’informatica. “I computer sono già ubiqui nella società umana. In futuro lo saranno anche i robot”. I progressi in molte aree (dalla potenza di calcolo all’interconnessione, dall’intelligenza artificiale all’hardware) autorizzano a prevedere un prossimo passaggio dal personal computer al personal robot, cioè l’ingresso dei robot nel mercato consumer (l’auto senza guidatore di Google è già un esempio in questa direzione). Tuttavia, l’obiettivo della robotica non è di rimpiazzare il lavoro umano, ma di affiancarlo. I robot sono più abili degli uomini nelle mansioni che comportano potenza di calcolo, forza fisica e in certi contesti estrema precisione; ma gli uomini hanno maggiori capacità di astrazione, generalizzazione e pensiero creativo.

Che cosa ci separa da una società in cui i robot saranno ubiqui? Sostanzialmente tre cose, secondo la studiosa del Mit. Innanzitutto i robot sono ancora molto costosi da progettare e da costruire. Questo fa sì che sia difficile utilizzarli in settori che hanno tassi elevati di innovazione o di personalizzazione (come per esempio l’elettronica di consumo) e che quindi richiedono frequenti modifiche alle linee di produzione. Secondo, i robot in realtà hanno ancora una capacità di ragionamento incomparabilmente inferiore a quella dell’uomo. Trovano difficile rispondere a domande semplici come: “Sono già stato qui?” e di fronte a circostanze impreviste si bloccano senza saper indicare perché. Terzo, la comunicazione uomo-robot e robot-robot è ancora elementare. Un robot, per esempio, non è capace di chiedere aiuto all’uomo quando non può portare a termine un compito. Quando questi problemi saranno risolti, i tempi saranno maturi per una piena estensione della rivoluzione digitale al mondo fisico.

Erik Brynjolfson e Andrew McAfee (autori del bestseller La nuova rivoluzione delle macchine), in Will Humans Go the Way of Horses? discutono gli impatti dell’automazione sull’occupazione. I robot toglieranno lavoro agli uomini? Molti economisti sostengono di no, convinti che ogni progresso dell’automazione, aumentando la produttività, crei sempre i presupposti per nuove attività umane. Questa tesi, però, sembra ignorare il famoso precedente dei cavalli, spiegato nel 1983 dall’economista premio Nobel Wassily Leontief. Per decenni i cavalli sembrarono in grado di resistere alla concorrenza delle nuove tecnologie di trasporto. Fra il 1840 e il 1900, anche dopo l’introduzione del telegrafo e della ferrovia, negli Stati Uniti la popolazione equina crebbe di sei volte e arrivò fino a 21 milioni. Poi, con la diffusione del motore a scoppio, le cose cambiarono bruscamente: nel 1960 in tutta l’America erano rimasti solo tre milioni di cavalli.

Faremo la fine dei cavalli? La risposta, secondo gli autori, non dipende dalla tecnologia. Ci sono servizi che gli uomini preferiscono ricevere da altri uomini, perché comprendono occasioni di interazione tipicamente umana. Ci sono lavori in cui gli uomini sono ancora insostituibili (almeno per un po’: riprendendo una famosa citazione attribuita a un rapporto della Nasa del 1965, “L’uomo è il più economico sistema di calcolo non lineare multiuso che possa essere prodotto su grande scala utilizzando manodopera non specializzata”). Ma anche quando i robot avranno raggiunto la massima efficienza, dovranno essere gli uomini, con scelte politiche, a decidere in che cosa essere sostituiti e in che cosa no, e come redistribuire la ricchezza in una società a bassa intensità di lavoro.

Per Martin Wolf, editorialista economico del Financial Times, l’impatto delle tecnologie emergenti è sovrastimato. Il suo articolo Same as It Ever Was è un brillante esempio di critica al “tecno-ottimismo” di Brynjolfsson e McAfee. Il valore delle tecnologie digitali non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello che hanno avuto invenzioni come la luce elettrica, l’acqua corrente, i vaccini, il motore a scoppio. Inoltre, mentre le tecnologie introdotte tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento hanno permesso un grande balzo in avanti della produttività, lo stesso non si può dire del digitale: negli ultimi decenni la crescita della produttività si è arrestata. Complessivamente l’impatto delle tecnologie più recenti è deludente, in molti casi socialmente poco rilevante, se non addirittura dannoso, dice Wolf, in termini di benessere ed eguaglianza.

 

Milo Romagnoli

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