È facile prendere la parola se sai come farlo

Adam Galinsky è uno psicologo americano, esperto di linguaggio e motivazione. Per la rivista americana Quartz ha scritto un pezzo (e ha detto le stesse cose in una conferenza a TED) sulla difficoltà che molte persone incontrano sul lavoro quando si tratta di prendere la parola per esprimere un disagio, chiedere un chiarimento, rispondere educatamente, ma a tono, ad un’ingiustizia subita. L’autore parte da un episodio di vita personale per avviare un’analisi concreta sulla difficoltà a parlare e come superarla.

Per prima cosa individua un fattore centrale: i limiti entro cui possiamo spingerci ad esprimerci, variabili a seconda del contesto in cui ci troviamo e della posizione che occupiamo in esso. Per posizione si intende proprio il potere che abbiamo in mano in quel momento. Poniamo il caso di una negoziazione: come possiamo stabilire chi ha più potere in essa? Semplice, tanto più avrai alternative da proporre, tanto più avrai potere. Se dipendi completamente da un’unica opzione, ti trovi in condizione di svantaggio e non avrai troppa scelta o troppa possibilità di avanzare richieste. La stessa cosa può capitare ad un migrante in terra straniera, con l’aggiunta della barriera linguistica o in una storia d’amore in cui ci si trova ad essere più coinvolti o ad avere investito molto più del partner.

L’altro fattore da tenere a mente è il double bind, ovvero un doppio svantaggio per chi si trova in una posizione, spesso anche dovuta al genere, di svantaggio. Non è inusuale per una donna sentirsi dire che sbaglia a stare zitta, a non farsi valere rischiando di risultare trasparente, per poi venire rimproverata per aver parlato a sproposito. Può capitare a tutti, spesso a chi è nuovo in un team o in un ambiente di lavoro, ma vero è che alle donne capita, ancora oggi, più spesso. A volte lo stesso problema si presenta se il soggetto in svantaggio ha la pelle di colore diverso, un livello inferiore di istruzione e persino una nomea non lusinghiera nell’ufficio o nel contesto in esame – tutti fattori che concorrono ad una valutazione inquinata delle sue parole e del motivo per cui le pronuncia.

C’è un modo per ovviare a queste situazioni e spingerci a rivendicare i nostri diritti o, al contrario, a capire senza pregiudizi le necessità e le condizioni di chi in quel momento si trova in svantaggio rispetto a noi? Galinsky ne suggerisce quattro che, se applicati in sinergia, posso portare a grandi risultati. Vediamoli.

1. Sentire e fare propria la prospettiva altrui

Tutt’altro che facile, soprattutto se abbiamo scarsa empatia. Esercitarsi ogni giorno a guardare le richieste e le situazioni attraverso lo sguardo di chi le sta vivendo con noi è buona regola, soprattutto in una situazione critica, momento in cui tendiamo per natura ad essere più focalizzati su noi stessi. Il verbo giusto è proprio sentire, in quanto definisce bene la necessità di interiorizzare appieno il punto di vista dell’altro.

2. Proporre almeno due soluzioni

Sia che ci si trovi dalla parte di chi deve somministrare ad un sottoposto una notizia o un cambiamento, sia che ci si trovi dalla parte di chi deve chiedere qualcosa, avere nella manica qualche opzione è sempre utile. Il cervello reagirà sempre meglio davanti ad una situazione di “libertà” e non affatto improbabile che la scelta a cui più teniamo si realizzi.

3. Intessere alleanze e chiedere consiglio

Qui poteva non essere necessario uno psicologo. Appare evidente a tutti che tra una persona che chiede consigli, sostiene i colleghi, fa lavoro di gruppo, stringe rapporti basati sulla conoscenza empatica di chi ha di fronte e una che lavora da sola, non parla mai con gli altri, non manifesta entusiasmo o al contrario non si unisce per combattere un’ingiustizia – non per forza perpetrata a lei direttamente – verrà certamente più apprezzata la prima. Non si tratta di arruffianarsi le persone intorno a sé, perché l’intento meramente egoistico e il reale disinteresse per l’altro verrebbe presto smascherato, ma di contribuire a creare un’atmosfera distesa e serena, oltre che esprimere umiltà ammettendo senza nessuna vergogna di non saper fare una cosa o di avere bisogno di aiuto. Certamente arriverà il momento in cui chi avrà bisogno, magari la stessa persona  a cui avevate chiesto una mano, saprà che potrà rivolgersi a voi senza sentirsi giudicato o peggio inopportuno.

4. Puntare su cosa ci appassiona

Quando abbiamo esperienza della materia, ne parliamo e la maneggiamo con la scioltezza sufficiente a conferirci il “potere” di appassionare e persuadere chi ci sta ascoltando a fidarsi delle nostre parole. Non risiede solo nel cosa diciamo, ma nel come, nel tono di voce e nella gestualità con cui la pronunciamo. Quando parliamo di cosa ci appassiona, addentrandoci, ci si illuminano gli occhi e acquisiamo credibilità e carisma. Chiedere a qualcuno di raccontarci la sua passione ed esserne realmente interessati è un buon esercizio per entrambe le parti. Grazie ai neuroni specchio – utili, non dimentichiamolo, anche per affinare la prima skill – ascoltare il racconto appassionato del nostro interlocutore ci aiuterà ad aprire i nostri canali ricettivi e ci spronerà ad attivare quelli comunicativi, al fine di destare la stessa reazione che in quel momento proviamo.

Susanna Causarano

Studentessa, sceneggiatrice, giornalista. La trovate a suecausarano@gmail.com

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