Grecia, gli economisti che scelgono il "no"
2015 N. Grams/Flickr

Grecia, gli economisti che scelgono il “no”

Il 5 luglio la Grecia è chiamata a votare al referendum sul piano di salvataggio proposto dai creditori internazionali (FMI, BCE e Commissione Europea). Si susseguono le prese di posizione dei più noti economisti internazionale. Thomas Piketty interviene in un’intervista a Die Zeit, con un “j’accuse” molto duro nei confronti dei vertici europei.

“I conservatori, in particolare in Germania, sono a un passo dal devastare definitivamente l’Europa e l’idea di Europa, per colpa di uno spaventoso deficit di memoria storica” dice l’economista francese, autore del Capitale nel XXI secolo. “Dopo la guerra Gran Bretagna, Germania e Francia si sono trovate nella stessa situazione in cui si trova oggi la Grecia e hanno sofferto di una situazione debitoria anche peggiore. La prima lezione che dovremmo trarre dalla storia dei debiti sovrani è che non c’è niente di nuovo. E che ci sono molti modi per saldare i debiti: mai uno solo, come Berlino e Parigi vorrebbero far credere ai greci”.

Sul banco degli imputati, non è difficile immaginarlo, soprattutto Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble. “Quando sento i tedeschi dire che sono mossi solo dall’etica e che sono fermamente convinti che i debiti debbano essere pagati, penso: ma questa è una barzelletta! La Germania è esattamente il paese che non ha mai onorato i suoi debiti, né dopo la prima né dopo la seconda guerra mondiale”. Niente a che vedere con “l’accezione comune di ordine e giustizia: perché se la Germania nel secondo dopoguerra realizzò il boom, fu proprio grazie del fatto che i suoi debiti furono abbattuti, cosa che oggi neghiamo con ferocia ai greci”.

Quello che propone Piketty è chiaro: una grande conferenza europea sul tema dei debiti. Qualcosa di paragonabile, come dimensione strategica, al Piano Marshall. Ma niente del genere è all’orizzonte, anzi. “La verità è che una ristrutturazione dei debiti è inevitabile in molti paesi europei, non soltanto in Grecia. E invece abbiamo appena perso inutilmente sei mesi di tempo a causa di trattative tutt’altro che trasparenti con Atene”.

Non solo. A Schaeuble, che sostiene che una eventuale Grexit addirittura favorirebbe una rinnovata compattazione europea, Piketty risponde con uno scenario opposto: se non cambia passo, l’Unione europea affronterà una crisi di fiducia ancora più grave. “Sarà l’inizio di una lenta agonia, nella quale sacrificheremo all’altare di una politica debitoria irrazionale il modello sociale europeo, persino in termini di democrazia e civilizzazione”. L’ultimo pensiero, e non poteva essere altrimenti, è per la cancellera tedesca Angela Merkel: “Se vuole assicurarsi un posto nella storia, come Kohl con la riunificazione tedesca, deve avere il coraggio di un nuovo inizio. Chi invece oggi insiste nel voler cacciare la Grecia dall’eurozona finirà nella pattumiera della storia”.

“La Grecia deve votare no e il governo deve essere pronto a uscire dall’euro”, dice sul New York Times l’economista americano Paul Krugman, professore di Economia e relazioni internazionali all’Università di Princeton e premio Nobel per l’Economia nel 2008. “Il caso greco mostra che la creazione dell’euro è stato un errore terribile, che ha portato a un punto di non ritorno”. Per Krugman le responsabilità sono da attribuire alle politiche di austerità e alla moneta unica. “Il collasso dell’economia greca non è imputabile solo agli errori che il suo governo ha fatto fino al 2008, ma soprattutto alle misure di austerità e all’euro”: l’uscita dall’euro può essere quindi l’unica soluzione per bilanciare l’altissima disoccupazione e il taglio delle pensioni che sono le conseguenze principali delle imposizioni della troika.

Krugman non nega che la Grexit comporti il rischio di caos finanziario, blocco di alcuni settori, crisi del sistema bancario e incertezze legali sullo stato del debito: gli stessi rischi che fin qui hanno spinto i governi greci (compreso il governo di Syriza) ad accettare l’austerity. Ma in cambio dei sacrifici fatti ciò che i creditori hanno offerto a Tsipras è stato un “prendere o lasciare” la cui accettazione avrebbe tolto al premier la legittimità conferitagli dal voto popolare.

L’obiettivo della troika è dunque quello di destabilizzare Tsipras, cosa che avverrebbe se i greci votassero per il sì. Krugman li invita a non farlo, “perché le misure di austerità si sono dimostrate fallimentari e continueranno a esserlo; ma soprattutto perché votando per la troika abbandonerebbero definitivamente ogni pretesa di indipendenza” e darebbero al mondo l’idea di essere dei burattini in mano ai tecnocrati. La scelta è tra la resistenza all’austerità e l’eterna depressione.

Anche Joseph Stiglitz invita a sostenere il fronte del no sulle pagine del Guardian. L’economista americano e premio Nobel per l’economia aveva già in passato analizzato gli errori delle istituzioni economiche internazionali nelle gestioni delle crisi finanziarie. Particolarmente critico nei confronti del Fondo Monetario internazionale, che accusa di imporre politiche economiche funzionali alle esigenze dei paesi più forti e inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi nelle nazioni più povere, Stiglitz ha firmato una lettera appello rivolta ai leader europei insieme a Piketty e altri economisti, pubblicata sul Financial Times.

“Quasi nulla dei prestiti concessi dai creditori sono andati al popolo, ma sono serviti per pagare i creditori privati, tra cui molte banche tedesche e francesi”, sostiene Stiglitz. I leader europei fanno credere ai greci di essere direttamente indebitati con loro per poterli ricattare e “fare accettare loro l’inaccettabile”.

Per Stiglitz una vittoria del sì, in palese contraddizione con l’esito delle elezioni dello scorso gennaio, dimostrerebbe che l’Europa è in grado di manipolare il volere dei cittadini, facendo cambiare loro opinione in base ai propri interessi economici. L’invito a votare sì da parte dei creditori mostra come “il concetto di legittimazione popolare sia incompatibile con le politiche dell’eurozona”. Quella che la Grecia deve vincere è una battaglia per la democrazia.

Michele Riva

Ha diretto per quindici anni i libri di economia e management del Sole 24 Ore. È stato direttore responsabile de L'Impresa. È consulente di aziende e case editrici per la creazione di progetti editoriali tradizionali e digitali. Ha fondato e diretto la casa editrice milanese Serra e Riva Editori e ha lavorato alla divisione libri della Mondadori.

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