ikigai avere uno scopo

Ikigai, avere uno scopo allunga la vita

Il termine giapponese ikigai è un sostantivo denso di significato perché attiene alla nostra dimensione più profonda. Ikigai è la ragione d’essere, il senso profondo del nostro stare al mondo, lo scopo ultimo del nostro breve transito terrestre. Ikigai è la ragione per la quale scendiamo dal letto la mattina quando abbiamo nel cuore il desiderio di realizzare qualcosa, la voglia prorompente di trasformare una potenza in atto, l’aspirazione ad esserci per davvero.

Sull’ikigai esistono vari studi. Dal punto di vista psicologico, varie ricerche giapponesi anche recenti hanno messo in evidenza la relazione tra la longevità e la presenza di ikigai nelle persone: la dimensione positiva dell’esistenza, cioè la percezione netta di possedere uno scopo preciso che dia un senso alle azioni quotidiane, ha un impatto diretto sulla riduzione del rischio di mortalità.

Parte della letteratura manageriale, d’altro canto, si fonda proprio sull’enfatizzare l’importanza degli obiettivi, che quanto più sono chiari, specifici, definiti, legati a un momento preciso di realizzazione tanto più hanno la probabilità di essere centrati. Il tempo presente si perfezionerà nel tempo futuro nella direzione da noi voluta, a una sola condizione: conoscere già oggi il glorioso porto verso il quale vogliamo dirigere l’imbarcazione della nostra esistenza. Per comprendere meglio il significato, ci viene in supporto l’origine della parola “scopo”, che anticamente indicava il bersaglio, il punto al quale mirare. La parola deriva dal verbo greco skopèo, che voleva dire esploro, mi guardo attorno, osservo. Uno scopo si riveste di luce nel momento in cui abbiamo scrutato per bene, perlustrato, cercato, nel momento in cui il punto a cui mirare è definito.

La ricerca del proprio ikigai è un buon esercizio, in ciascuno dei quadranti nei quali questo scopo ultimo è rappresentato. Alcune domande possono aiutarci.Ikigai

  • Che cosa amiamo fare? Cosa possiamo fare per ore e ore senza annoiarci mai? Per cosa ci brillano davvero gli occhi?
  • Che cosa facciamo meglio di altri con il minimo sforzo? Che cosa ci sembra davvero facile?
  • Per che cosa veniamo pagati? E, se vogliamo lasciare sullo sfondo l’elemento monetario, che cosa gli altri spontaneamente ci chiedono di fare per aiutarli? Per che cosa gli altri si riferiscono a noi?
  • Di che cosa il mondo ha davvero bisogno? Grazie a che cosa il mondo sarebbe un posto migliore dove vivere?

Già Aristotele, nel IV secolo avanti Cristo, aveva affrontato il tema dello scopo interiore di tutte le cose, definendolo per l’appunto entelechia, composto da en-, dentro, e tèlos, scopo, proprio a significare la finalità interiore dell’esistenza. L’entelechia è dunque la predisposizione naturale di un organismo, e quindi a maggior ragione di una persona, a realizzare se stesso secondo leggi proprie, passando dalla potenza all’atto. Se il fine si compie, se l’entelechia si realizza, se l’ikigai diviene realtà, ecco che in noi emergeranno nuovi scopi, nuovi obiettivi, nuovi ikigai. Nuovi desideri autentici e profondi con i quali scendere felici dal letto quando arriva il mattino.

Enrico Cerni

Enrico Cerni, manager della formazione in una multinazionale italiana. Ha lavorato in Italia e all’estero, nell’ambito dell’informazione, della comunicazione e delle risorse umane. Ha scritto alcune pubblicazioni di divulgazione del pensiero manageriale e di temi letterari. Persegue con pervicace determinazione la pluridimensionalità dell'esistenza.

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