Il capitale - Piketty
Sue Gardner/Creative Commons

Il capitale nel XXI secolo

Il capitale nel XXI secolo Book Cover Il capitale nel XXI secolo
Thomas Piketty
Bompiani
2014
950 pp.

Il libro di Thomas Piketty è destinato a passare alla storia, come il Capitale di Karl Marx e la Teoria generale di John Maynard Keynes. Piketty è un economista francese che a ventidue anni, completato il dottorato, si è trasferito a Harvard negli Usa, uno fra i pochi, selezionati studiosi di successo della sua generazione. Dopo tre anni è tornato in Francia, deluso dall’ortodossia delle scuole economiche americane, ormai concentrate in un’esegesi matematica auto-alimentantesi di teorie prive di fondamento empirico.

L’obiettivo di Piketty è riportare l’economia al suo ruolo originale di scienza sociale interdisciplinare, ai confini fra storia, sociologia, politica, e soprattutto alla sua natura fondamentale di scienza empirica, basata su dati e informazioni statisticamente rilevanti, il cui obiettivo è di dare alla comunità e ai suoi decisori strumenti e informazioni utili per migliorare la società nella quale viviamo.

La domanda che Piketty si pone è semplice: il sistema economico nel quale l’Occidente, e sempre di più anche il resto del mondo, vive a partire dalla rivoluzione industriale in qua, il capitalismo industriale e finanziario, è sostenibile e conduce a una società giusta ed equa, coerente con i principi su cui si fondano le democrazie contemporanee? Più specificamente, il sistema economico nel quale viviamo porta gradualmente a un avvicinamento nel benessere delle classi sociali oppure conduce a un’esplosiva divergenza nella distribuzione del reddito e dei patrimoni, che vede la ricchezza concentrarsi sempre di più nelle mani di pochi? Queste tendenze sono naturali o c’entra anche la politica?

Piketty raccoglie quindi cento anni di dati, tratti dalle statistiche sul reddito, l’imposizione fiscale, la ricchezza patrimoniale, in un gruppo rappresentativo di paesi occidentali e alcuni importanti paesi emergenti. Un corpus di informazioni di base mai raccolto finora. Segue le orme di Simon Kuznets, l’economista che negli anni cinquanta del secolo scorso per primo raccolse molti dati e, anche se in modo discutibile, si convinse del fatto che alla crescita economica capitalistica corrisponde una convergenza nei redditi, una condivisione generalizzata del benessere. Piketty, al contrario, dimostra che gli episodi di convergenza corrispondono a degli shock particolari, i due dopoguerra mondiale, e che la contemporanea distruzione di grandi fortune e le politiche di stimolo alla crescita e di redistribuzione spiegano questa temporanea convergenza. Negli anni più recenti la divergenza si è accentuata moltissimo, un trend che vede la concentrazione di ricchezza nelle mani di sempre meno, élites capaci di difendere con successo la propria posizione di rendita finanziaria influendo sulle scelte politiche.

Che cosa spiega la divergenza? Un meccanismo abbastanza semplice in fondo. Una volta accumulati, i patrimoni crescono in valore più dei redditi da lavoro e il rendimento sul capitale, sulla ricchezza, è costantemente superiore alla crescita dell’economia. Questo è vero soprattutto in tempi di ristagno della crescita e della popolazione. Gradualmente, quindi, le élites che hanno accumulato grandi patrimoni si trasformano da imprenditori in rentiers e i patrimoni crescono a dismisura, mentre il reddito da lavoro (e la produzione) ristagna. L’unico elemento che potrebbe controbilanciare questa dinamica, secondo Piketty, sarebbe la condivisione di informazione e l’incremento nel grado di specializzazione del lavoro («information sharing/diffusion and skills»). Ma le politiche che promuoverebbero questa condivisione sono il risultato di una decisione, appunto, politica, così come lo Stato sociale o altri ammortizzatori.

Perché ci interessa e ci preoccupa questa conclusione? Perché se esacerbata, non è socialmente sostenibile, e perché nel lungo periodo le conseguenze economiche sarebbero avverse per tutta l’economia e la sua crescita.

Che fare? Piketty vede in una politica mirata di trasferimenti fiscali la soluzione. Una tassa globale sui patrimoni, sul capitale, coordinata a livello regionale in grandi agglomerati di paesi come l’Ue e gli Usa, può contribuire a rovesciare il segno di questa tendenza alla divergenza. E assieme a questa, una serie di altri interventi dello Stato nell’economia. Piketty nota come la recente crisi abbia mostrato l’importanza di un intervento dei governi nell’economia, primario il ruolo delle banche centrali come prestatori di ultima istanza nel garantire quella liquidità al sistema che ha permesso alla Grande Recessione del 2008 di non trasformarsi nella Grande Depressione degli anni trenta del Novecento. La crescita nelle sue punte peggiori è scesa del 5%, non del 30-50% come allora.

Il libro ha suscitato molte critiche e attacchi, come prevedibile, ma anche una nuova corrente di pensiero “mainstream” sempre più attenta al tema della divergenza, della concentrazione della ricchezza, dell’emergere di una nuova povertà anche in paesi ricchi, con esponenti come Larry Summers, che facevano parte del pensiero dominante. Di recente un articolo pubblicato a Harvard ha cercato di dimostrare che i risultati di Piketty sono inficiati dalla “definizione” da lui scelta di capitale. Si tratta tuttavia di dettagli, che in verità poco fanno per scalfire i risultati di questa potente analisi empirica. Come per il climate change, le conseguenze di un persistere indefinito di questa distorsione “strutturale” del modo di produzione e accumulazione su cui si fondano le nostre società potrebbero essere drammatiche. Piketty esorta a intervenire, ed esorta nel contempo tutti gli scienziati sociali, gli economisti, i politologi, i sociologi, gli storici a cooperare per meglio orientare le scelte delle élites di governo verso una soluzione che permetta alle società democratiche di persistere e divenire più giuste. Un imperativo morale, ma anche una condizione di sopravvivenza.

Milo Romagnoli

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