Il mondo si sgonfia

Il mondo si sta sgonfiando

“Let’s hope”: queste le parole più significative dell’editoriale dell’ultimo numero di Foreign Affairs, incentrato sulla bassa crescita economica che attanaglia in questo momento l’economia globale e sui rimedi che possono decretarne la fine avviando una vera forte ripresa. Sono parole che fanno pensare, poiché da ogni articolo scritto sull’argomento in questo numero della rivista si percepisce che qualcosa nel mondo è cambiato: i soliti rimedi economici non bastano a risolvere il “guasto” che rallenta la macchina dell’economia mondiale (sempre che si sia trovato il “guasto”, perché così non sembra). Di conseguenza si spera.

Si spera di non essere veramente all’inizio di una stagnazione secolare ma solo temporanea e che quindi i governi agiscano attuando politiche economiche espansive. Ne parla il Segretario al Tesoro americano dal 1991 al 2001 Lawrence Summers in The Age of Secular Stagnation, dove consiglia investimenti pubblici anche e soprattutto nei paesi in via di sviluppo, e propone politiche che inducano le banche a non avere timore dell’inflazione, ma piuttosto a generare domanda. In sostanza l’ex segretario suggerisce delle politiche keynesiane, ma comprende anche il fatto che spesso queste soluzioni urtino contro il credo economico dei governanti.

Meno speranzosi sono J. Tomilson Hill e Ian Morris (il primo presidente e CEO della Blackstone Asset Management e vice presidente del gruppo Blackstone, il secondo Senior Managing Director del medesimo gruppo). In Can Central Bank Goose Growth? mostrano come la strada per la ripresa sia molto dura poiché il potere delle banche centrali è limitato e sembrano avere già fatto tutto il possibile per rinvigorire la crescita. I due autori sostengono che potrebbe essere necessario fare affidamento  su soluzioni non convenzionali, soprattutto che sia fondamentale creare una situazione di fiducia tra i consumatori in maniera da giungere a una vera e propria crescita. Inoltre mettono in guardia dallo spettro della deflazione, che potrebbe manifestarsi se non si attuano politiche varie di espansione e inflazionistiche.

Un altro aspetto, sul quale le previsioni sono tutt’altro che ottimistiche e che rientra nel problema della stagnazione secolare, riguarda il rallentamento della crescita demografica e di conseguenza della forza lavoro. Secondo quanto scrive Ruchir Sharma (autore di The Rise and Fall of Nations: Forces of Change in Post-Crisis World) in The Demographics of Stagnation è un dato di fatto che precede la crisi e che con essa si è aggravato. Ne è un indizio il fatto che la Cina abbia deciso di interrompere la politica del figlio unico, in vigore da più di trent’anni. Tutto dipende dal fatto che il tasso di natalità in molti paesi, sia sviluppati che in via di sviluppo, sia al disotto del 2,1%, percentuale sotto la quale è possibile definire in diminuzione la crescita demografica di un paese. Secondo Sharma, il tasso di natalità in diminuzione induce anche l’offerta di cibo a diminuire e non porta al ricambio generazionale di cui la forza lavoro ha necessità. Le soluzioni stanno nei governi e nella loro volontà di produrre norme che possano riportare la natalità a livelli alti.

Un’altra realtà scossa dalla crisi e che sembra destinata a un futuro più difficile e incerto è quella del ceto medio, come descritto da Nancy Birdsall (vice presidente esecutivo della Inter-American Development Bank ) in Middle-Class Heroes. L’autrice considera il ceto medio come un elemento sociale necessario per garantire un “buon governo” democratico e una produzione di beni di consumo che possano portare a una “buona crescita” in tutti i settori economici: dalla domanda di beni di consumo domestici alla garanzia di investimenti in capitale umano, vero punto di partenza per l’innovazione, procurando un’ottima istruzione ai propri figli. Allo stesso tempo però, Nancy Birdsall sottolinea che un forte ceto medio non basta, poiché spesso si lascia influenzare da proposte demagogiche nocive per l’economia del paese. In sostanza, il fatto che mentre prima della crisi il ceto medio era in forte ascesa in tutto il mondo, attualmente la bassa crescita allontana i benefici che il ceto medio si aspettava di ottenere: il rischio è quello di creare uno stato d’instabilità politica e un ostacolo per lo sviluppo di norme e istituzioni liberal-democratiche in tutto il mondo.

In Eurasia’s Coming Anarchy Robert D. Kaplan (autore di Europe’s Shadow: Two Cold Wars and a Thirty-Year Journey Through Romania and Beyond) constata come la recessione che affossa l’economia russa e il forte rallentamento dell’economia cinese siano causate non solo dalla situazione economica internazionale, ma anche da quella geopolitica, e allo stesso tempo sono anche causa di quest’ultima. Le economie di questi due paesi, se ulteriormente indebolite, possono portare a una situazione di “caos” nel continente euroasiatico e a una maggiore bellicosità dei due governi, che cercano così di mantenersi al potere, al sicuro da ogni tentativo di “detronizzazione” da parte della società. Un esempio è la crisi ucraina che ha portato grande unità in Russia contro l’Occidente, considerato da parte dell’opinione pubblica russa un ostacolo per l’economia, viste le sanzioni imposte da USA e Unione Europea. Inoltre, questi governi cercano di migliorare la propria immagine agli occhi delle opinioni pubbliche mostrando di attuare una lotta senza pari contro i problemi strutturali dei loro singoli sistemi. Un esempio è la nuova lotta condotta in Cina contro la corruzione della burocrazia di partito.

Gli ultimi tre articoli riguardanti la situazione di rallentamento economico globale sono più ottimisti dei precedenti. In Is Innovation Over? Tyler Cowen (professore di economia alla George Mason University) ci mostra come non ci sia da disperare perché, dopo ogni periodo di crisi, è sempre stato complicato prevedere quando ci sarà l’accelerazione: la ripresa arriva all’improvviso.

Zachary Karabell (autore di The Leading Indicators: A Short History of the Numbers That Rule Our World) in Learning to Love Stagnation scrive di quanto non sia disdicevole vivere in un periodo di stagnazione: i prezzi garantiscono in tal modo beni di consumo a gran parte della popolazione.

Infine in The Good News from Google Jonathan Tapperman intervista Ruth Porat (Chife Financial Officer di Alphabet) la quale vede con ottimismo il futuro delle innovazioni e la nuova fase economica aperta con il XXI secolo con l’arrivo di Internet e dei sistemi informatici. Porat considera necessario seguire il cambiamento prodotto dalle innovazioni tecnologiche, cambiamento non interrotto dalla paura per la crisi e che non deve esserlo neanche da quella per la lenta crescita. Nonostante ciò Porat si rende conto che c’è ancora molto da fare per conciliare la disoccupazione creata dall’innovazione tecnologica e l’occupazione che può creare, ma allo stesso tempo vede nelle nuove tecnologie uno strumento per generare uno spirito di fiducia e di collaborazione tra le persone.

Giacomo Ribaldone

Giacomo Ribaldone studia Storia all'Università degli Studi di Milano. Si sta specializzando in storia contemporanea e si interessa di relazioni internazionali, con particolare attenzione al mondo anglosassone.

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