morale del tornio - Antonio Calabrò

La morale del tornio

Impresa Book Cover Impresa
Università Bocconi
2015
232 pp.

Esce in questi giorni La morale del tornio. Cultura d’impresa per lo sviluppo, il nuovo libro di Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, docente alla Bocconi,  Senior Advisor Cultura di Pirelli & C.  e responsabile del gruppo Cultura di Confindustria. Ne parla Ernesto Auci su Firstonline:

Non è un vero e proprio libro di economia. Antonio Calabrò, giornalista e manager industriale, lo ha scritto con l’ambizione di rintracciare le radici culturali profonde, a lungo trascurate, e che invece possono costituire una solida piattaforma per far ripartire in nostro paese. E questo giacimento di ricchezza, non solo materiale, ma anche e soprattutto di saperi e di buone pratiche esiste ed è costituito dalla nostra industria manifatturiera, per tanti anni trascurata dalle mode culturali e strapazzata dalla recente crisi, ma ancora robusta e vitale e pronta ad un nuovo balzo nel futuro.

Il libro di Calabrò La morale del Tornio, Università Bocconi Editore, mira innanzitutto a contrastare il generale pessimismo sulle nostre possibilità di ripresa, “questa diffusa ossessione del declino irreversibile” che ci sta trasformando in un popolo di depressi che tendono a vedere tutto nero e che godono solo quando possono trovare nei mezzi di informazione conferma delle loro fosche previsioni. Cosa che in effetti accade troppo spesso data la tendenza tutta italiana a denigrare noi stessi, al di là dei demeriti che pure ci sono.

Torniamo quindi all’impresa, in particolare all’industria manifatturiera dove possiamo vantare punti di forza straordinari e che possiamo valorizzare facendo appello alla particolare ricchezza culturale della nostra terra, al senso del bello e quindi del design che interiorizziamo fin dalla nascita, ai maestri del lavoro che affondano le loro radici nel grande artigianato medioevale, fino ad arrivare alle più moderne creazioni industriali italiane come quella della “multinazionale tascabile”. La fabbrica è un potente fattore di creazione e diffusione di cultura, ma nasce anche da una cultura diffusa che sa farsi impresa. In questo senso l’impresa come comunità ha un forte valore etico perché è il terminale di un fascio di relazioni che la legano ai vari attori sociali interni ed esterni. Tornare alla fabbrica vuol quindi dire fondare la ripresa della nostra economia su valori morali che possono unificare il corpo sociale e quindi dar luogo a quella “good economy”, e cioè a quel sistema altamente produttivo, ma solidale, basato su un buon equilibrio tra diritti e doveri ed in definitiva sulla responsabilità individuale e collettiva.

Calabrò ci guida lungo un suggestivo percorso di oltre 220 pagine in cui spiega come si possono valorizzare i nostri punti di forza e come invece si possono superare i vizi antichi e recenti della nostra società. L’obiettivo, centrato, è quello di dimostrare che il cambiamento, l’innovazione, conviene a tutti e che sbagliano quanti pensano di trovare vera protezione dentro le nicchie che in passato erano riusciti a costruirsi. Bisogna quindi aprirsi al mercato, ovviamente ben regolato e trasparente, perché contrariamente a quello che molti continuano a credere, il mercato è ben più morale della intermediazione politica che spesso offre doni luccicanti che poi si tramutano in pericolose delusioni. E questo vale anche per i proprietari delle imprese che devono bandire patti di sindacato e pratiche relazionali che troppo spesso hanno protetto i gestori dai loro fallimenti, danneggiando così le imprese e le comunità che intorno ad esse si erano formate.

Bisogna quindi liberare l’Italia da quelle che Guido Carli chiamò “le arciconfraternite del potere” che impediscono alla parte buona della nostra cultura di emergere completamente e quindi di plasmare una società sui principi base del merito, della fiducia, della buona reputazione, vincendo il vizio antico di passare da un eccesso all’altro: un periodo forcaioli, quello dopo massima tolleranza tanto “così fan tutti”.

(…) Il libro di Calabrò dimostra che il ritorno alla manifattura non solo è possibile, ma è anche l’unica strada che l’Italia può percorrere per riprendere un sentiero di sviluppo che sia morale, socialmente equo e sostenibile. La cultura ha il compito di spiegarlo, di dare alle persone punti di riferimento certi, come questo libro fa con particolare perizia, di riportare al centro dell’attenzione l’industria ed i suoi valori. Oggi lavorare in fabbrica appare in fondo alla scala dei desideri dei nostri giovani. Ed invece le fabbriche moderne (le neofabbriche), non hanno nulla a che vedere con i capannoni neri e fumanti dei film della prima metà del secolo scorso, e quindi andare in fabbrica deve tornare ad essere di moda, fare status.

Redazione

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