Aiuto, c’è un robot in ufficio

Harvard Business Review Book Cover Harvard Business Review
Giugno 2015
I robot stanno arrivando, e fanno paura. Sono minacciosi, sono potenti e, soprattutto, ci porteranno via il lavoro. Il numero di giugno della Harvard Business Review (illustrato con i bei Robot riciclati di Gordon Bennett), dedica la copertina a opportunità e minacce della nuova ondata di automazione: siamo davvero tutti destinati a essere sostituiti dalle macchine?

La gente fa bene a essere allarmata di fronte all’avanzare dell’automazione, scrivono Tomas H. Davenport e Julia Kirby nel loro articolo Beyond Automation (Oltre l’automazione). Se non si riusciranno a trovare nuovi compiti da assegnare agli uomini in sostituzione di quelli che le macchine hanno tolto loro, sarà inevitabile un aumento della disoccupazione.

Secondo gli autori, però, la cosa si può anche guardare da un altro punto di vista. La paura dell’automazione nasce quando ci si domanda: quali compiti possono essere sottratti agli uomini e affidati a una macchina? Proviamo invece a cambiare la domanda: quali nuove imprese gli uomini potrebbero compiere con l’aiuto di macchine più intelligenti? Messe così le cose, lo scenario dell’occupazione non appare più come un gioco a somma zero in cui le macchine si aggiudicano una fetta sempre più grande della torta. La minaccia dell’automazione si trasforma in un’opportunità di aumentazione.

“Aumentazione” non vuol dire che si tolgono attività agli uomini, anzi: vuol dire che si potenziano le attività umane grazie a un uso più intenso delle macchine. Davenport e Kirby immaginano cinque strategie di posizionamento che possono consentire agli uomini di rinegoziare il rapporto con la macchina: più in alto (attività di elevato livello cognitivo inaccessibili alle macchine); in disparte (attività non logico-razionali, diverse da quelle tipiche della macchina); dentro (controllo e programmazione della macchina); di nicchia (attività iperspecialistiche che le macchine non sanno ancora svolgere); più avanti (ideazione di macchine di nuova generazione).

Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (autori del libro La nuova rivoluzione delle macchine) prevedono un periodo di rinnovata crescita economica grazie alle tecnologie digitali: ma a differenza di quanto è accaduto nella prima rivoluzione industriale, questa volta non tutti ne beneficeranno. La seconda rivoluzione industriale sarà l’era dell’abbondanza: avremo più assistenza sanitaria, più istruzione, più divertimenti, più prodotti e servizi. Ma la forbice tra i lavori più sofisticati e quelli meno qualificati si allargherà. È quello che Brynjolfsson e McAfee chiamano The Great Decoupling, il grande “disaccoppiamento”. Già dagli anni ’80 (quindi ben prima della crisi del 2007) gli indici di prosperità economica (la produttività e il Pil) e i dati sull’occupazione e il reddito medio hanno smesso di andare di pari passo: i primi crescono, i secondi calano. Un processo costante che favorisce le figure professionali più qualificate e creative e minaccia la middle class. Anche se l’ultima parola non sarà della tecnologia, ma della politica e delle imprese, chiamate a decidere se dovremo correre “contro” le macchine o insieme alle macchine.

Martin Reeves, Ming Zeng e Amin Venjara (The Self-Tuning Enterprise) si domandano in che modo un’impresa potrebbe affidarsi ad algoritmi per regolare in modo automatico la propria strategia (per esempio per decidere se sviluppare un nuovo modello di business o se entrare in un nuovo mercato). Esempi interessanti provengono dalle imprese online, dove prodotti e contenuti mostrati agli utenti cambiano continuamente in base ad automatismi regolati da algoritmi.

Walter Frick, in When Your Boss Wears Metal Pants (Se il tuo capo ha i pantaloni di metallo), indaga l’impatto della presenza dei robot negli uffici. Uno dei problemi maggiori sarà la diffidenza verso la loro maggiore capacità di calcolo. Non è facile avere un genio come vicino di scrivania. La convivenza potrebbe migliorare dando ai robot tratti più umanoidi. I primi esperimenti sembrano dimostrare che in certe circostanze accettare un “collega” metallico potrà essere meno difficile del previsto.

Milo Romagnoli

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