Massimo Temporelli

Massimo Temporelli: non ci sono limiti alla stampa 3D

Dopo l’epoca dell’informatica, siamo entrati in quella della cosiddetta Industry 4.0. È l’epoca dell’automazione, della robotica e della digital fabrication, settore in cui la stampa 3D sta giocando un ruolo primario. Per capirne gli sviluppi, Adico (l’associazione per i direttori commerciali e marketing) in collaborazione con Siam ha organizzato un corso presso The FabLab, primo fab lab milanese dove si lavora con stampanti 3D, laser cutter e sistemi di progettazione digitale. Qui abbiamo incontrato Massimo Temporelli, dottore in fisica, curatore del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano e fondatore di The FabLab. 

Può spiegarci brevemente cos’è The FabLab?

The FabLab è un centro di ricerca e sviluppo aperto. Noi diamo l’opportunità alle aziende che non possono permettersi di fare ricerca o ai professionisti di venire qui per immaginare non solo nuovi prodotti, ma anche nuovi modi di fare i prodotti: si tratta di un lavoro sia sui processi che sui prodotti. Inoltre, The FabLab è un centro di formazione che collabora con Siam, nostro partner istituzionale che ci ha sostenuto fin dalla nascita. Siam è il luogo storico della formazione in Lombardia e il fatto che si torni a lavorare con le mani in centro a Milano – anche se in realtà le macchine fanno tutto da sole – e si torni a parlare di artigianato, di imprenditoria manifatturiera, credo sia un bel segnale. In breve, The FabLab è un’entità molto variegata, che in un periodo di crisi, di cambiamento, di sconvolgimenti sta crescendo e assumendo persone… non siamo ricchi, non lo diventeremo probabilmente mai, però produciamo lavoro e fatturato. Quindi diciamo che è una realtà positiva.

In quanti siete a lavorare per The FabLab?

Siamo cresciuti abbastanza nel tempo, sempre più aziende ci cercano, sempre più studenti e professionisti vogliono diventare simili a noi. Adesso siamo 4 dipendenti, 3 soci e un paio di collaboratori. Ma siamo partiti in 2: è un segnale positivo.

Quando è nato The FabLab?

Abbiamo aperto il nostro primo The FabLab in Bovisa nel 2012 e dal 2014 siamo nella sede di Siam. In generale i fab lab sono un fenomeno recentissimo, perché il primo nel mondo è stato aperto nel 2001 al Mit di Boston, il primo in Italia nel 2011 a Torino. Noi siamo stati il quarto in Italia. Adesso però il fenomeno è esploso: a Milano ci sono 7 fab lab e in Italia circa 150.

Un fab lab sfrutta la stampa 3D: voi per esempio che prodotti fate?

Per adesso noi facciamo soprattutto prototipi. Di recente, la Citroen ci ha chiesto di costruire quattro sedie disegnate da Mario Bellini – 8 volte Compasso d’oro, un grandissimo designer italiano – per il Salone del Mobile. Naturalmente lui è un progettista, non un costruttore, quindi si è appoggiato a noi per produrre queste sedie. Non erano “sedibili” perché erano prototipi, cosiddetti mock-up, ma con la forma e le dimensioni di una sedia, in tutto e per tutto una sedia fatta con la stampa 3D. Poi facciamo occhiali per l’occhialeria, microproduzioni per designer indipendenti, facciamo gioielli, laseriamo con la laser cutter le scarpe per un commerciante di Pavia. Insomma, non vedo davvero limiti all’utilizzo di queste tecnologie di programmazione digitale nel contesto della micro o media impresa italiana.

Chi sono i vostri clienti? Puoi dirci qualche nome?

Adesso stiamo facendo una collaborazione con Comau, sulla robotica. Poi abbiamo lavorato con Ducati, Magneti Marelli, ecc. I nostri clienti vanno dallo studente che deve consegnare il plastico per la tesi, passando attraverso la grande azienda automobilistica, fino agli illustratori. Negli ultimi mesi, infatti, abbiamo seguito due grandi illustratori italiani, Olimpia Zagnoli ed Emiliano Ponzi. Entrambi hanno lavorato con i più grandi nomi, come The New York Times e The New Yorker.

In che modo degli illustratori, che per definizione usano il 2D, si sono serviti della stampa 3D?

Abbiamo preso il file 2D, lo abbiamo trasformato in un file tridimensionale e poi in un oggetto. Basandoci su Arduino (una piattaforma open-source di elettronica programmabile, hardware e software, ndr), nel caso di Enzo Ponzi abbiamo realizzato delle cassette di cinematismi, con delle figurine di donne che si muovono. Mentre nel caso di Olimpia abbiamo lavorato col plexiglas. In pratica abbiamo reso le loro illustrazioni concrete, delle opere d’arte che sono state esposte al Fuori Salone. Ora le vendiamo a 1500€ l’una. Quindi The FabLab lavora con tutti, dall’arte e all’automotive, dalle piccole produzioni di designer indipendenti all’education. Insomma, è un grande calderone quello che produce TheFabLab, e i fab lab in generale.

Si può dire che i clienti vadano dal privato alla grande azienda… chiunque insomma.

Paradossalmente ci sono due fasce di clienti e c’è una frattura in mezzo: c’è il piccolissimo, cioè il designer, l’architetto, lo studente, il sognatore, e poi c’è la grandissima azienda. In mezzo, che è la fascia che noi invece vorremmo colpire, facciamo più fatica, perché l’imprenditore medio secondo me è un po’ limitato, non sogna, non ha il coraggio di fare investimenti. Mentre lo studente lo deve fare per forza e il grande gruppo multinazionale non ha problemi di denaro, quindi manda il manager a formarsi e a provare, il mercato in mezzo, che è quello che invece dovrebbe essere il grosso della situazione italiana, si è smosso veramente poco. Quindi lavoriamo con le grandi multinazionali italiane, come Ducati, Magneti Marelli, con Samsung che è coreana, ma il piccolo imprenditore non riusciamo a intercettarlo, perché secondo me è ancora un po’ miope da questo punto di vista.

E per quanto riguarda i costi?

Sono accessibili: non devi comprare la macchina, ti facciamo consulenza a basso costo, puoi fare delle prove e vedere se il prodotto ti piace e funziona nel tuo campo. Non sono nei panni degli altri, però non riesco a capire perché l’artigiano non venga qui tutti i giorni. Piuttosto fallisce con la sua sega circolare in laboratorio, non immaginandosi come può usare queste tecnologie, condivise per altro… non è che devi comprare la fresa a taglio laser o la fresa a controllo numerico: vieni qui, usi la mia e vendi il tuo prodotto al tuo mercato.

Non pensi che ci sia una questione di estetica a cui l’artigiano è legato?

No, la questione estetica si supera perché puoi usare qualunque materiale. Gli oggetti che sono di plastica si possono stampare in metallo e in tanti altri materiali. Poi, la laser cutter taglia il legno volendo. È chiaro che ci deve essere un progetto nuovo o la rivisitazione di un progetto esistente. Cambiando le macchine e il modo di produrre le cose, deve cambiare la progettualità. Ma ci sono grandi progettisti e grandi artigiani che hanno assecondato il cambiamento e fanno un sacco di cose. Non fanno le stesse cose, le fanno in modo diverso: hanno ripensato i loro prodotti.

A proposito di materiali, all’incontro hai detto che si stampa anche la carne…

È stata stampata una bistecca, sì. Sintetica, ma mangiabile. È costata 200,000$, una cosa del genere. Ormai si può stampare qualunque materiale: metallo, vetro, plastica… tutto. È chiaro che cambia il prezzo. Per una stampa 3D in metallo parti dai 200,000€. Se invece stampi in plastica, magari in plasticaccia, arrivi anche a 300€. Poi vai su fino a prezzi altissimi, ma lì in mezzo c’è di tutto: sta a te fermare l’ago e decidere.

A voi è mai capitato di stampare un materiale particolare?

Ho fatto un workshop sulla stampa 3D del cioccolato… stampavo i cioccolatini con sopra la faccia della persona che li mangiava. Facevo la scansione 3D del viso e poi stampavo il cioccolato… Si può veramente fare di tutto, però bisogna capire dove porta il business: una cosa è l’evento che fa scena e una cosa è la produzione, il prototipo per le grandi aziende, i service.

Quindi è possibile creare i prodotti sul cliente?

Certo, è possibile una customizzazione elevatissima con le stampanti 3D. Ci sono aziende che, già oggi, fanno la scansione della pianta del piede e ti costruiscono la suola della scarpa sulla tua pianta. Altro che il sarto che ti prende le misure, è possibile fare un guscio perfettamente aderente al nostro corpo.

Non esistono limiti insomma.

Io non vedo veramente limiti… Poi non è solo la stampa 3D, è proprio l’atteggiamento della produzione digitale: io salvo il file e lo posso stampare dovunque, a quel punto anche in Cina. Invece di mandare la merce, mandi il file. Poi sarà il cliente, attraverso il fab lab, a stamparselo, laserarselo o a robotizzarlo e automatizzarlo.

Cioè si eliminano anche i trasporti?

Si dovrebbero eliminare sempre di più. Camion, navi, treni non dovrebbero più trasportare le merci. Non avrebbe più senso per molte merci. Secondo me è una vera e propria rivoluzione del mercato.

E dal punto di vista del mercato del lavoro? 

Dal punto di vista del mercato del lavoro, c’è chi dice che sono più gli svantaggi dei vantaggi. È chiaro che ci sarà una crisi, perché si potrà produrre con un robot da 2000€ che carica e scarica uno scatolone, per esempio. Ci stanno lavorando in tanti su questo: i robot non sono sindacalizzabili, non fanno pause, non ti rompono le scatole, non vogliono aumenti, li paghi 2000 o al massimo 6000€, li metti lì e fanno tutto da soli. Un operaio lo paghi 1500€, quindi con quattro mensilità hai ripagato il robot. E funziona sempre, il sabato e la domenica. È chiaro che serve una certa produzione, ma sta cambiando proprio la scala di accesso all’automazione del lavoro.

Quindi, vantaggi o svantaggi?

È tutto un equilibrio tra nuovi posti creati e posti che se ne vanno. C’è chi dice che ne produrremo meno di quelli che abbandoneremo e c’è chi dice che ne produrremo di più. Poi va considerato anche che la popolazione aumenta… insomma, sono discorsi giganteschi e complessi. Però se io dovessi indirizzare i miei figli, direi loro di studiare queste cose, perché l’opportunità di trovare lavoro sarà più alta se ti intendi di robotica, digitale, ecc. Se ti butti sui lavori tradizionali il futuro non è tanto roseo, perché le macchine sono più performanti di noi e l’intelligenza artificiale e l’automazione avanzano. Per esempio, non farei mai fare il tassista a mia figlia perché tra un po’ arriverà Google Car: basterà dire: “Mi porti in piazza Gae Aulenti?” e la macchina andrà da sola.

Per concludere con una nota positiva, all’incontro dicevi che l’Italia è messa bene in questa rivoluzione…

L’Italia sta affrontando questa rivoluzione industriale, così chiamata, diciamo allineata con gli altri paesi. La prima rivoluzione industriale l’ha affrontata decisamente in ritardo, considerando che la macchina a vapore è nata nel 1793. La seconda rivoluzione, l’elettricità, anche quella è arrivata con grandi ritardi. Con l’informatica, all’inizio ci siamo comportati bene, ma poi abbiamo avuto grandissimi ritardi anche lì: oggi non si contano le aziende che producono computer in Italia, mentre tutto si è già spostato negli Stati Uniti. Insomma, abbiamo sempre vissuto le rivoluzioni e le innovazioni un po’ in ritardo. Invece con la digital fabrication e la rivoluzione industriale 4.0 sembra che ce la stiamo giocando. Ci sono tanti fab lab, tanti makers, tanti bei progetti… perché non serve fare massa critica. Secondo me è quello il segreto. Mentre la Germania e gli Stati Uniti sono sempre stati bravi a creare le situazioni per fare nazionalismo e patriottismo, come la Siemens, la Ford, la Edison, in Italia quei pochi esempi crollavano una volta morto il padrone, da Agnelli a Olivetti. Al contrario sulla micro imprenditorialità, sulla piccola e media impresa, siamo molto forti. E questo si sposa con la nuova rivoluzione: piccole produzioni, customizzate, made in Italy, pensate in Italia, e magari riprodotte all’estero. È molto più vicino alla nostra mentalità.

 

Se volete dare un’occhiata a come funziona il laboratorio di The FabLab, potete cliccare qui per aprire la gallery.

Giovanna Girardi

Foto del profilo di Giovanna Girardi
Giovanna Girardi si è laureata in Filosofia all'Università degli Studi di Milano e ha conseguito un master in International Journalism presso la City University London. Tiene un blog di cinema e ha collaborato con diverse redazioni con taglio internazionale, come TPI e Cafébabel.

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