sui social meglio pochi contenuti ma fantastici

Sui social media meglio pochi contenuti, ma fantastici

Un articolo del Guardian, probabilmente destinato a fare tendenza, ridefinisce le regole del social media marketing e della creazione di contenuti per il web da parte delle aziende all’insegna del less is more, meno è meglio. Secondo Jerry Daikin, global digital director di Carat, la nuova regola aurea dei community manager deve essere: pubblicare pochi contenuti, di altissima qualità, che possano essere visti da milioni di persone. Basta con il profluvio di post che rischiano di essere guardati da gruppi di seguaci sempre più sparuti.

La tendenza trova conferma nel comportamento degli utenti di Facebook: secondo gli ultimi dati GlobalWebIndex (pubblicati dal Wall Street Journal e ripresi da tutti i media), nel terzo trimestre 2015 solo il 34% degli iscritti al social network ha aggiornato il proprio stato e solo il 37% ha condiviso qualcosa, dai in forte calo se confrontati rispettivamente al 50% e al 59% del 2014.

Ecco i sette consigli di Daikin:

  1. Fare meno, ma fare meglio. La maggior parte delle aziende produce troppi contenuti e potrebbe ottenere risultati migliori (con minori sforzi) con uno o due ottimi pezzi al mese, promossi al meglio. Su Facebook è sufficiente comunicare con i consumatori non più di due volte alla settimana, cioè al massimo otto volte al mese. Meglio riutilizzare uno stesso contenuto più volte, ma assicurarsi che raggiunga un pubblico più ampio (a meno che non si voglia puntare su messaggi altamente personalizzati).
  2. Ripensare i video. I video sono un mezzo potente, ma ormai anche troppo diffuso. Sui principali social media (Facebook e Twitter) si avviano automaticamente in silenzio: il difficile, quindi, non è farli vedere, ma farli vedere fino alla fine. Meglio usare formati video per semplici animazioni di immagini oppure, per video più lunghi, mostrare il brand all’inizio e fare in modo di catturare presto l’attenzione dello spettatore.
  3. Ripensare la produzione dei contenuti. Le competenze per la produzione di contenuti destinati ai social media sono cambiate, ma non mancano. E l’enorme potenziale di diffusione consente oggi di destinare a questa attività maggiori risorse. Le agenzie pubblicitarie (che spesso hanno fallito l’appuntamento col digitale) possono rivelarsi validi partner per la produzione di video virali. Ma è utile anche rivolgersi a specialisti, stringere accordi con influencer e media, e persino guardare alle piattaforme professionali di crowdsourcing.
  4. Restare in ascolto dei consumatori. Con buona pace dei rivoluzionari della rete, si è capito che ai consumatori non interessa ‘conversare online’ con la loro marca di detersivo o la loro prossima automobile. Ma la partecipazione alle conversazioni online non va abbandonata del tutto. Ascoltare i commenti aiuta a definire le strategie e rispondere prontamente alle osservazioni dei clienti (specie se lo si fa in modo spontaneo e coerente con il brand) può ridurre il rischio di perdite di immagine in particolari circostanze. Se l’attività è esternalizzata, attenzione a mantenere la personalità del brand.
  5. Restare fedeli al proprio brand. È importante restare fedeli all’identità del brand e comunicare i messaggi chiave, proprio come su ogni altro canale. Non c’è motivo di  non mostrare il prodotto e le sue caratteristiche sui social media. È inutile nascondersi dietro i classici gattini o i “meme” del momento, che possono anche piacere agli utenti ma non comunicano assolutamente niente sul brand.
  6. Non lasciarsi paralizzare dai dati. Uno dei pericoli del social media marketing è l’enorme disponibilità di dati sul comportamento e le reazioni dei consumatori. Disporre di dati è utile, seguirli in modo acritico può distogliere dall’obiettivo, che deve sempre essere quello di comunicare il proprio brand. Studiare le statistiche va bene, purché per seguire i trend non si finisca con il tradire la storia che si ha in mente di raccontare. I big data devono servire per identificare ampi segmenti di pubblico interessati a determinati contenuti.
  7. Non lasciarsi sommergere dai report. Inutile dedicare energie a profusione per monitorare l’engagement sui social media, specie se i dati hanno scarsa correlazione con le vendite o la notorietà del brand. Come nella pubblicità tradizionale, l’obiettivo è misurare il risultato di una campagna (possibilmente in termini di impatto sulle vendite) a metà o alla fine della campagna stessa, tenendo conto che gli strumenti di oggi consentono di effettuare analisi ed eventualmente correggere i messaggi in tempi molto rapidi. L’importante è misurare con cadenza settimanale quanta gente si sta raggiungendo e con quale frequenza. E che il contenuto stia comunicando il messaggio appropriato.

Milo Romagnoli

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