Walter Passerini: il lavoro? te lo crei

Tuttolavoro. Come cercare e conquistare un posto Book Cover Tuttolavoro. Come cercare e conquistare un posto
Walter Passerini
2017
240
«La vita professionale è ormai un’alternanza di lavoro e studio, un percorso assimilabile alle incertezze in cui vive la nostra società». Così Walter Passerini, giornalista per La Stampa, docente di Linguaggi giornalistici alla Scuola Walter Tobagi ed esperto di lavoro, delinea le caratteristiche necessarie per vincere la guerra del lavoro e ci parla del suo ultimo libro Tuttolavoro. Come cercare e conquistare un posto.

Tutto questo rappresenta uno stimolo o è un problema che si poteva evitare?

Direi piuttosto che rappresenta la storia e il suo percorso. Con la fine del secolo scorso, caratterizzato dalla cultura industriale, sono cambiate le filiere produttive, culturali e formative. Prima si dava per assodato un rapporto funzionale diretto tra la produzione industriale e le competenze fornite dall’università, e si chiedeva al 70% dei lavoratori di essere esecutivi. Oggi viviamo nella società dei neo manager, che definirei neo economica, in contrapposizione all’inflazionato termine post industriale. Si è creata una rottura tra le filiere formative del passato e quelle del futuro. Siamo in una fase intermedia del percorso che ci chiede di accompagnare le persone con processi formativi continui. Tutto ciò ha una storia abbastanza giovane; in America parliamo degli ultimi trent’anni, qui in Italia degli ultimi venti.

Parliamo di normative sul lavoro in Italia. Quali sono secondo lei la migliore e la peggiore?

Sicuramente la peggiore è il sistema di ammortizzatori sociali dati alle persone perché restassero fuori dal mercato del lavoro. Per decenni abbiamo pagato i disoccupati perché restassero tali, senza dar loro la possibilità di attivarsi per uscire da quello stato, dando casse integrazioni di dodici-quindici anni. Un’operazione altamente diseducativa. La migliore risiede in quelle che chiamo politiche attive del lavoro. L’attivazione di persone e imprese a non mantenere gli ammortizzatori sociali passivi – ti do dei soldi ma non ti aiuto a reinserirti – sono un cambiamento culturale e di normative in cui credo molto. Occorre mettere sempre più in relazione persone e imprese, anche attraverso intermediari professionali – pubblici e privati – che aiutino chi ha perso il lavoro a trovarne un altro.

Ci sono molti modi di lavorare e altrettanti contratti. Qual’è la situazione su quest’ultimo punto?

Ne abbiamo ancora troppi, a mio parere occorrerebbe sfoltire. Si parla molto di quest’ultimo contratto a tutele crescenti per i nuovi assunti, che non ha incorporato l’articolo 18. Le persone assunte dopo il marzo 2015, come sappiamo, non “godono” dell’articolo 18, siano essi giovani o over 50. Questo tipo di contratto oggi vale il 25% dello stock complessivo di assunzioni, a dispetto della discreta avanzata in termini di flusso, mentre per il 70% delle assunzioni permane il contratto a termine. Contratto quest’ultimo certamente regolato ma a scadenza, non ripetibile per oltre trentasei mesi nell’arco di tre anni, a dispetto dei numerosi abusi presenti in questo caso. Non scordiamo poi uno dei contratti-sensori del cambiamento in positivo, ovvero quello di somministrazione, che sente prima degli altri il mercato. L’imprenditore si rivolge ai somministratori se, per esempio, necessita di venticinque-trenta persone specializzate. L’obiettivo dei somministratori è perdere più risorse possibili, coprendo una domanda impellente, inserendole nel mondo del lavoro.

L’abolizione dell’articolo 18 è stata molto discussa, spesso tirando in causa questioni morali e politiche.

Che definirei per lo più assurde. Attaccare l’articolo 18 accusandolo di rendere più facile il licenziamento da parte dei datori di lavoro è infondato. Non si possono fare licenziamenti discriminatori, ma solo per giusta causa o giustificato motivo. Solo alla fine di tutto l’iter si sa se tale motivo sia legittimo o illegittimo e il più delle volte viene giudicato illegittimo. L’errore è ridurre la questione a bandiera ideologica, al limite della tifoseria calcistica. È come chiedere ad un milanista da sempre di essere obiettivo nel giudicare una partita del Milan. Se la “tua” parte politica attacca il Jobs Act, di riflesso tenderai a farlo anche tu. Il positivo è che, anche attraverso il Jobs Act, si è ridotto il tasso ideologico del dibattito sul lavoro. L’auspicio è che si parli sempre meno in termini di bandiere.

Assodata la necessità della continua alternanza studio-lavoro, la preparazione sarà sempre importante?

Sempre di più. Focalizziamoci sulla parola competenze, vero strumento per vincere la guerra del lavoro. Bisogna capire quali sono le competenze richieste e questo rappresenta un problema anche nei sistemi formativi dell’università, ancora intrisi di cultura industriale, ottocentesca. Oggi comandano la grande finanza speculativa e chi controlla le competenze. I famosi Big Data, che non sono altro che numeri e dati, sono la base su cui agisce chi muove i grandi capitali. Chi veramente comanda è chi governa le competenze. È necessario avere un bagaglio di competenze da riempire all’occorrenza. Distinguiamo poi tra competenze verticali e trasversali: spesso si possiedono le prime, ovvero si conosce bene la propria materia, ma non si è in grado di essere un buon comunicatore vanificando tutto. Vincere la guerra del lavoro oggi significa vincere la guerra delle competenze, attivare le persone, attivare le imprese. In questo momento e su questo punto la Cina batte l’America.

Lei dedica un intero capitolo all’occupazione femminile. Non teme il rischio di ghettizzare l’occupazione femminile come “a sé stante”?

Credo fortemente, non per captatio benevolentiae, che si possa creare una società basata sulle donne, come illustrato nella teoria elaborata da Goldman Sachs Womenomics, che individua nelle donne un gran motore dell’economia e dell’occupazione. Per ogni donna che entra nel mercato del lavoro, si creano altre due opportunità anche fuori dal mercato stesso, nell’area dei servizi. Spero di assistere alla vera ascesa della donna, creatrice di importanti connessioni, in contrapposizione all’uomo, fonte di conoscenze spesso verticali.

Quali sono le soluzioni per gli over 50 senza lavoro, sicuramente la classe più svantaggiata?

Spesso gli over 50 senza lavoro soffrono del basso livello d’istruzione raggiunto, solitamente la terza media o poco più. La difficoltà sta nel riformare le competenze di queste persone, attraverso la formazione sia di tipo pubblico sia di tipo formale/informale. Su questo Francia e Germania sono molto più avanti, soprattutto su piano statale. Infatti, mentre da noi il pubblico è vituperato e vilipeso, anche perché inefficace, in questi paesi la presenza dello stato è efficace già dalla fase di apprendistato. La formazione degli over 50 è una grossa sfida, perchè la digitalizzazione di questo ceto sarà fondamentale. La questione della riforma previdenziale, che trattiene al lavoro fino ai sessantasette anni, ha ampliato di molto le possibilità di lavoro per gli over 50 e diminuito di molto quelle per i giovani. Da aprile abbiamo perso tre milioni di posti di lavoro per giovani sotto i trentacinque anni e ne stiamo recuperando 1 milione e mezzo per over 50. Un paradosso.

Meglio preferire la via imprenditoriale a quella dipendente? Molti giovani sono dell’avviso che sia meglio intraprendere la strada dell’imprenditoria. Lo dimostra il fiorire delle start-up.

Sicuramente la dimensione dell’autoimpresa è essenziale in tutte le fasce. Credo sia importante passare dal lavoro dipendente al lavoro intraprendente. Mentre in una società industriale la domanda di lavoro privilegiava l’esecutivo, la domanda di lavoro prossima te la crei un po’ da te e richiede la capacità di risolvere problemi, di essere elastico e responsabile, non di svolgere il tuo incarico, senza pensarci prima e dopo l’orario d’ufficio. Il contrario della rappresentazione, spesso calzante, della figura del bancario. Fanno fuori 20,000 bancari l’anno. I più svegli diventano consulenti finanziari, gli altri rimangono lì, tra ammortizzatori, casse integrazioni, prepensionamenti e costano un patrimonio.

Professioni digitali e digitalizzazione delle vecchie professioni: una scommessa?

Sì, con molto in gioco. Il digitale non riguarda solo gli esperti del settore. Ogni professione diventa digitale. Ho conosciuto e intervistato un imbianchino digitale: ha aperto il suo sito e si gestisce il lavoro da là. Un altro esempio è quello di una famiglia di pastori sardi, il cui figlio pensò all’adozione della pecora. Per 300 euro all’anno il pastore ti dà i prodotti della pecora. L’ e-commerce può essere fatto da chi trasforma la propria attività locale in glocale, come il produttore di pipe nel varesotto che vende in America.

Quanto sono importanti il volontariato e la professione nel sociale?

Essenziali e sempre più richiesti. I professionisti della solidarietà sono fondamentali come lettori e interpretatori del mondo che verrà. “Lavorare nel mondo” cerca cooperanti internazionali, ma solo di alto profilo, bisogna essere professionisti. Le nuove dimensioni della solidarietà mirano ad una professionalizzazione sempre più organica e ramificata. Si tratta di un bacino di occupazione oltre che di esperienze molto importante. Ci sono manager che ad un certo punto entrano nel sociale, consci che il mondo di oggi ha abbattuto molte barriere e la nuova società che avanza è di tipo globale. Senza contare che per bonificare un villaggio africano essere un buon manager è fondamentale.

Susanna Causarano

Foto del profilo di Susanna Causarano
Studentessa, sceneggiatrice, giornalista. La trovate a suecausarano@gmail.com

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